Meglio LampedUsa
Papa Leone XIV dice no grazie alla festa dei 250 anni degli Stati Uniti d'America e il 4 luglio lo celebra invece con una visita pastorale nella Porta d’Europa
“Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”. Il dilemma di Nanni Moretti nel film Ecce Bombo sembra aver attanagliato anche il Papa. Il pontefice statunitense nato a Chicago ha deciso alla fine di non venire per niente. Negli States si sono festeggiati due secoli e mezzo dall’indipendenza dalla corona britannica, tra i fuochi d’artificio più alti del Washington Monument e la piscina di Lincoln rimessa a lucido, e l’americano più famoso del mondo bigia le cerimonie.
Prevost la sua festa nazionale preferisce passarla a Lampedusa, «l’estremo lembo d’Europa nel mare Mediterraneo», tredici anni dopo il viaggio di Papa Francesco nell’isola e la sua condanna della globalizzazione dell’indifferenza verso il dramma di coloro che tentano di emigrare nel vecchio continente. Sono due realtà che si scontrano: dall’altro lato dell’Atlantico una Casa Bianca trasformata in un cirque du soleil ospita le celebrazioni di un popolo la cui gran parte non vede motivo per festeggiare; da questo lato invece un Papa posa un mazzo di fiori in un cimitero e guarda con speranza al mare mentre le onde si infrangono sugli scogli.
Prima dello scontro tra realtà viene però quello tra persone. Il 13 aprile scorso, con la guerra in Iran ancora in fieri, il presidente Trump aveva aperto Truth per dare del «debole» a Leone XIV. Il motivo? Una settimana prima il pontefice aveva rivolto un appello ai suoi concittadini americani per fare leva sui membri del Congresso affinché impedissero ulteriori attacchi sul suolo iraniano.
Se già Francesco non si era curato molto della manutenzione del ponte tra Washington e Vaticano, la schermaglia verbale tra la coppia Trump-Vance e il Papa regnante l’aveva fatto definitivamente crollare. Neanche le urla di Giovanni Paolo II contro la guerra post 11 settembre avevano avuto questi effetti. Ora hanno tutti rinfoderato la spada, ma le ferite restano.
Ciononostante Leone non manca di inviare, dopo essere decollato da Ciampino verso l’isola, una breve lettera di buon compleanno agli Stati Uniti. Il testo, in inglese, è privo di sorprese. Il tono è pragmatico. Se si toglie l’appello ad «accogliere, proteggere e assistere gli immigrati, i cui sacrifici hanno formato parte della storia di questo paese» resta ben poco.
La sedia lasciata vuota da Prevost durante l’Independence Day è l’ultimo episodio di una stagione fatta di incomprensioni, dubbi e contestazioni. In un’America che è passata dal guardare i presidenti cattolici come pupazzi in mano al Papa, al sentire la mancanza di quello che fino a ieri era visto come un capo di Stato straniero noto soprattutto per le sue ingerenze nelle politiche altrui.
Così i vescovi statunitensi – che, è giusto ricordarlo, sono in maggioranza conservatori – fanno scudo al pontefice dopo gli attacchi da sitcom di The Donald. Appiccicano l’etichetta “illegittima” alla guerra contro l’Iran e alla possibile invasione della Groenlandia. Si affidano alla Corte Suprema (sei giudici su nove sono cattolici) per presentare le loro istanze contro le leggi anti-immigrazione propugnate dal governo.

Tutto pur di ricordare al mondo e ai fedeli: Leone è la vera America. Roba come lo scontro tra papato e impero lasciamola al Medioevo e alle serie tv. Leone va a Lampedusa il 4 di luglio non per tirare sassolini alle finestre dello Studio Ovale o fare la linguaccia al presidente. Ci va perché sa, come sapeva anche Francesco, che quell’isola è il centro in cui si decidono le sorti dell’Europa.
Perciò viva Dio se c’è un altro americano a cui fare riferimento oltre a Trump. E viva lo stesso Trump per avercelo mandato. D’altronde, come spesso ci tiene a ricordare il tycoon, è merito suo se i cardinali lo hanno eletto Papa.
In copertina: Leone rende omaggio alla targa commemorativa nel “Molo Papa Francesco”. Crediti foto: Euronews


